
Statuetta dei santi Cosma e Damião
Tutto inizia giovedì 24 settembre. Da qualche giorno sentivo scoppiare tanti petardi in città. A pranzo chiedo spiegazioni a Janete, la signora che fa i lavori in casa. Lei dice che è per i santi Cosma e Damião. Chiedo spiegazioni e lei dice che le donne che hanno avuto due figli, nel giorno di questi due santi (26 settembre) danno “carurù” (una pietanza che sembra una poltiglia con dentro un misto di verdure) a 7 bambini o ragazzi in cerchio. Poi dopo che hanno mangiato loro anche gli altri della famiglia mangiano “carurù”. Poi si mangia anche pollo, che però deve essere rosso (con le penne rosse). Infatti per questo al mercato da alcune settimane – dice Janete – i polli rossi sono molto più cari degli altri. Io ascolto e non so cosa pensare. Di cosa sta parlando? Chiedo spiegazioni sul significato e sull’origine di questa usanza, ma lei non lo sa e aggiunge dettagli. Dice che alcune famiglie fanno una grande festa, uccidono anche un “carneiro” (maschio della pecora… come di dice in italiano?) e ballano la “samba di roda”, una samba speciale molto ritmata e molto popolare. Ogni famiglia che fa questo rituale sceglie una data, che non è detto che sia il 26 settembre. Sua nonna, ad esempio, aveva avuto una visione in sogno che le diceva di festeggiare il 9 di ottobre. Quindi questa tradizione va da settembre a novembre, quasi a libera interpretazione.
Naturalmente mi incuriosisco e le mancate spiegazioni ottengono il risultato di accendere in me la voglia di saperne di più.
Nel pomeriggio vado in una comunità per la Messa ed approfitto per chiedere informazioni a due donne che mi accompagnano, due animatrici di comunità. Esse non aggiungono granché allora chiudo la conversazione dicendo che mi sembrava una cosa interessante (nel senso italiano del termine!). Catarina sbotta “scusa padre, ma non è affatto interessante!”. Da qui apprendo che a quanto pare ci sono persone che partecipano alle comunità che non apprezzano questa cosa. Impressione confermata in seguito. Alla fine della Messa faccio lo gnorri e, con faccia innocente, chiedo alla gente di spiegarmi cos’è questa tradizione e se qualcuno di loro la segue. Tutti negano e dicono che c’è una famiglia lì poco lontano che fa queste cose, ma loro no. Al ché la mia curiosità raggiunge livelli massimi.
Torno a casa e un ragazzo della parrrocchia mi dice che una signora anziana che conosco ci ha invitati sabato sera a casa sua per mangire carurù. Evidentemente accetto subito! Però nel frattempo mi documento. Ma proseguiamo con i fatti.
Arriva sabato sera e andiamo alla festa, io, una suora e 3 seminaristi. Arriviamo in casa e veniamo accolti con grande gioia. Nell’ingresso c’è un altarino apparecchiato per bene con la statua dei santi, candele, fiori e due scodelline con il carurù ai due santi. Come entriamo la padrona di casa mi prende da parte per dirmi che va tutto bene, che il cibo è preparato in modo normale (?!?) e che lei certe cose non le fa. Insomma, si tratta di un “carurù cattolico”, possiamo stare tranquilli! Il problema è stato mangiare il piatto enorme che mi hanno messo in mano, colmo di riso, pollo, carurù e vatapà. Ci avrei bevuto dietro volentieri un bicchiere di birra, ma non sta bene che io beva in pubblico, e mi devo adattare a bere un bicchiere di una bevanda artificiale analcolica al vago sapore di uva. Stiamo lì un po’ in compagnia, facciamo un po’ di conversazione poi salutiamo ed andiamo.
Mandiamo a casa la suora e con sguardo complice chiedo ai seminaristi se c’è in giro un “carurù non cattolico” da conoscere. Risposta affermativa. Partiamo per un bairro popolare, “XX de abril”. Arrivati là seguiamo il suono di una “samba di roda” martellante ed arriviamo davanti all’ingresso di un “terreiro de orixas”. Una casa dove abita un “pai de santo” (medium) e dove si venerano le divinità del “candomblé”.
Si tratta di una festa che ha le sue radici nella religione africana portata qui dagli schiavi. Una religione mitologica molto complessa e che viene vissuta con diverse interpretazioni. A questo punto prima di continuare la lettura vi rimando a questa pagina che spiega bene e in modo comprensibile a noi occidentali cosè questo fenomeno che va sotto il nome di Candomblé. Avete letto? Bene, proseguiamo.
La stanza molto semplice era circa 6 metri per 8. Sulla parete di fondo c’era un crocifisso appeso e alle pareti quadri di santi e divinità del Candomblé. Sempre sul fondo alcune statue di diversi santi (che hanno il loro corrispettivo orixà). Sul fondo, in un angolo, una statua di un metro circa dell’orixà più venerato lì chamato “boiadeiro”. La stanza era piena di gente (tutti neri) che ballava o guardava. Da una parte alcuni suonatori: una chitarra da suoni acutissimi e volume altissimo, e diverse percussioni di tipo artigianale. Al centro 3 o 4 donne vestite di biancho che danzavano e vicino all’ingresso 5 uomini in cerchio tutti sudati che battevano le mani ad una velocità forsennata accompagnando la musica con diversi ritmi perfettamente sincronizzati tra loro. Appoggiato alla parete di fondo il “pai de santo”, un uomo mulatto di nome Pedro vestito di bianco e con un buffo cappello di cuoio in testa che teneva sotto’occhio la situazione. Sono molto gentili ed accoglienti, ci fanno spazio e ci offrono da bere dell’aranciata. In un primo tempo (apprendo in seguito) mi avevano scambiato per un dirigente bianco della fabbrica di scarpe locale, che ha dirigenti del sud del Brasile (gaúchos). Quando, dopo una quarto d’ora circa, ci presentiamo a Pedro, lui si mostra molto contento che siamo lì. Ferma la musica ed intona una samba cantando che il padre della parrocchia era venuto lì a benedirli (?!?), che loro ringraziavano e che erano contenti, che ci invitava a ritornare a nostro piacimento. Tutto cantato in una samba vorticosa. “Sarà meglio andare – penso io – prima che sia troppo tardi”. Immagino già i commenti del giorno dopo “il padre è andato dal pai de santo!”. Poi tra la gente riconosco almeno 2 persone che vedo a Messa e che mi salutano un po’ di sfuggita. Usciamo e torniamo a casa un po’ frastornati, come dopo essere stati in un altro mondo.
Questa religione è praticata in molti luoghi qui in Brasile, specie nella Bahia, la terra più afro dello stato. Ma in modo serio solo nelle città. Qui nell’interno il fenomeno esiste a livello di religiosità popolare, molto profondamente presente nello spirito della gente. Ed è molto diffuso! E molte persone lo vivono in modo misturato alla religione cristiana. Altri non accettano di mescolare le cose. Fino agli anni ‘50 era vietato! Dalla cosmovisione di questa religiosità si capisce anche quanto siano per loro importanti le figure dei santi. Nella visione del Candomblé sono le necessarie mediazioni della divinità, che si manifesta solo negli orixàs, ai quali durante la schiavitù, danno i nomi di santi cristiani. A differenza dei santi gli orixàs hanno anche difetti e lati negativi, di male. Il culto degli orixàs è quindi attraversato anche da paura. E questa dimensione di timore è presente di ritorno anche nel culto dei santi cristiani. Si tratta di una situazione di sincretismo, una rete di influenze reciproche tra le due religioni.
Per tornare a noi. I santi Cosma e Damião hanno il corrispettivo orixà chiamato “Ibeji”. Qui trovate una sommaria spiegazione e qui alcune foto degli originali africani. E questo è solo l’inizio!
domma