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Natale

Ecco Maria, mia madre,
madre della Gerusalemme in costruzione.
Tu sei madre del tuo popolo che si ferma,
del tuo popolo che riparte,
del tuo popolo che è distrutto,
che è emarginato, rinchiuso, torturato,
del tuo popolo svuotato, schiavo.

Sei madre di un popolo che non riconosce,
di un popolo che si costruisce idoli, che tradisce,
di un popolo che ha fame,
che si perde nelle sere vuote,
madre di un popolo senza sorriso, senza speranza
di un popolo che lotta, che crea e distrugge,
di un popolo che cerca, un popolo che aspetta.
Di questo popolo sei madre, non di un altro.

Aiuta allora la tua Chiesa
a partorite insieme a te amore,
a partorire giustizia, a partorire con te la verità,
a partorire la gioia, a partorire liberazione,
a partorire pace, a partorire ogni giorno con te,
nella storia che si rinnova, Tuo Figlio Gesù. Amen.

Un giovane

Da queste parti a dicembre si chiude l’anno pastorale e ci si prepara a vivere il Natale in un clima “ferragostano”. Ci sono tante luci di Natale appese qua e là, ma manca il clima al quale noi europei siamo abituati.

Ma la fine dell’anno pastorale è anche tempo di verifica. La Chiesa brasiliana, molto più attenta ad un metodo di lavoro partecipativo della Chiesa italiana, è sempre abituata a momenti di verifica del lavoro e del cammino svolto. Spesso, anche alla fine di una riunione, chi coordina chiede ai partecipanti le impressioni sulla riunione stessa, per verificare l’andamento e l’efficacia dell’incontro appena tenutosi. Si tratta di una scelta di metodo.

Assemblea Diocesana

Per un anno intero tutte le 700 comunità di base della diocesi si sono incontrate per una valutazione complessiva del cammino della chiesa di Ruy Barbosa attorno a 6 assi portanti dell’azione pastorale delle comunità: liturgia, battesimo, dízimo (contribuzione volontaria per sostegno delle attività delle comunità), testimonianza, evangelizzazione, formazione-catechesi. Questo lungo e capillare lavoro ha prodotto un documento di sintesi che è stato analizzato in un incontro diocesano (14-16 agosto) con un teologo (Manoel Godoy) al fine di individuare gli elementi essenziali.

Nei giorni 13-15 novembre questo lungo processo di valutazione è confluito nell’Assemblea Diocesana. Questa è composta da 2 o 3 rappresentanti di ogni parrocchia, le religiose e i preti con il vescovo. Per 3 giorni tutte queste persono si sono incontrate con grande pazienza e passione per discutere gli orientamenti della diocesi per i prossimi 4 anni e le azioni concrete da promuovere il prossimo anno.

La cosa stupefacente è il metodo democratico che viene seguito. Ognuno per alzata di mano esprime il proprio voto per ogni argomento affrontato e decisione che viene presa. Tutto è messo ai voti. E il voto del vescovo vale come quello di chiunque altro. È successo che proposte del vescovo non siano passate e si è seguito l’opinione della maggioranza. Questo metodo che potrà a qualcuno apparire estraneo alla fisionomia della Chiesa in realtà obbedisce al principio che riconosce la presenza dello Spirito Santo nel popolo di Dio; e che quindi ciascuno può essere da lui ispirato per il bene di tutti. E così, in modo democratico, sono state elaborate le direttrici pastorali per i prossimi anni. Chi volesse leggere, in portoghese, le direttrici per i prossimi 4 anni le può trovare qui, per le azioni concrete per il prossimo anno vedere qui.

Uno scorcio dei partecipanti.

Molto tempo di lavoro nei gruppi per dare modo a tutti di esprimersi.

Nei gruppi è anche possibile crescere nella conoscenza reciproca e rafforzare i legami.

Momento celebrativo finale. Notare l'allestimento sempre deliziosamente kitch.

Assemblea parrocchiale

Con lo stesso stile anche a livello parrocchiale abbiamo vissuto l’assemblea di valutazione e progettazione pastorale per il prossimo anno. Abbiamo approfittato delle missioni popolari che abbiamo vissuto qui in parrocchia in luglio per elaborare una valutazione della camminata delle 86 comunità della parrocchia. Abbiamo poi elaborato una sintesi di quello che era emerso e abbiamo lavorato su questa sintesi nelle 16 zone in cui è divisa la parrocchia. Alla fine di questo complesso lavoro di verifica il 24 novembre si è tenuta qui in Ipirà l’Assemblea parrocchiale. Anche qui attraverso i lavori nei gruppi in modo democratico sono state scelte le priorità per il prossimo anno su 4 ambiti: problemi sociali, giovani, famiglie, vita delle comunità.

Momento celebrativo iniziale con la presentazione delle 16 regioni nelle quali sono inserite le 86 comunità.

Alcuni dei partecipanti, quasi esclusivamente donne.

Immancabile allestimento: ogni candela rappresenta una regione della parrocchia.

I partecipanti all'Assemblea.

Un gruppo di questi enormi e bellissimi bruchi ha partecipato all'Assemblea divorando letteralmente le foglie di una pianta lì vicino.

Questo modo di procedere è altamente significativo. Al di là della scarsezza di strumenti (molte di queste persone sono analfabeti o quasi) si respira un clima di vera partecipazione e corresponsabilità che viene valorizzata dalla dinamica democratica. Non si avverte la sensazione che sia inutile incontrarsi, anzi! Nonostante le difficoltà di vario genere c’è la convinzione che si stia costruendo un cammino comune, del quale tutti si è allo stesso modo responsabili.

Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è che attraverso queste scelte la parrocchia è di fatto in mano alle donne, essendo esse la stragrande maggioranze nelle assemblee. Questo è molto positivo perché è prima di tutto aderente alla realtà: le comunità sono sostenute dalle donne, quindi è giusto che siano soprattutto loro ad avere la possibilità di decidere le cose che riguardano la vita delle comunità. Questo senza che vi sia un clima di rivendicazione o di tensione; tutto completamente tranquillo.

Inoltre occorre rimarcare che il vero risulstato di questi cammini non è il documento che viene prodotto, ma la fittissima rete di relazioni che tutto questo tempo passato insieme attorno ad un unico cammino crea e intensifica. In questo senso questo metodo di lavoro costruisce consenso attorno ad alcune scelte, ma più profondamente crea comunità e senso di appartenenza.

Questa fiducia nell’azione dello Spirito nei semplici credenti è una delle cose che a in Italia si potrebbe imparare… volendo…

domma

I visitors

Vi salutano dalle spiagge di Salvador de Bahia i due amici Giovanna e Matteo, assieme al sottoscritto. Dalle immagini si intuiscono le durezze e le difficoltà della missione. Ma con abnegazione e sprezzo del pericolo i nostri non si tirano indietro dalla missione loro affidatagli. Noterete lo sguardo provato e l’aspetto affaticato; ma nonostante tutto essi non desisteranno. Onore ai nostri eroi!


Capelli

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Volti che parlano, vite che insegnano.

Domenica 8 novembre il Vangelo diceva:

Sedutosi nel tempio di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano molte. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere».

Il giovedì seguente una donna anziana, vedova, è venuta qui in casa a fare una offerta per la comunità. Non avendo soldi ha venduto un po’ dei suoi capelli e il ricavato lo ha donato alla comunità. Qui i capelli hanno un certo mercato e sono ricercati per fare parrucche e extensions. Il ricavato che ha voluto donare è 100 reais. Per avere un’idea un “salario minimo” mensile che la maggior parte di coloro che hanno un lavoro riceve è 460 reais.

Cosa ne dite?

Acqua

Il 10 ottobre, a sorpresa, è piovuto a dirotto. È stata davvero un’esperienza vedere la gioia incontenibile della gente che guardava piovere in modo copioso. In questa zona di mondo la pioggia è il bene in assoluto più prezioso. È vita. Qui ci troviamo in una terra intermedia tra la costa, dove piove abbondantemente e la vegetazione è rigogliosa e l’interno, il “sertão”, terre desertiche dove piove molto raramente. Qui, nella “catinga”, le piogge sono rare ma, prima o poi, arrivano. Solo che da circa 3 anni piove pochissimo, e in certe regioni quasi per nulla. Questo a causa dei cambiamenti climatici (el niño) e a causa del brutale disboscamento che la gente ha fatto qui. Credevano di poter avere così più pascolo per il bestiame, ma il risultato è stata la desertificazione e la conseguente scomparsa delle piogge. Dove manca la vegetazione viene a mancare quell’umidità che permette la formazione delle nuvole e il collasso delle nuvole che dà la pioggia.

Ma il 10 ottobre è piovuto a dirotto e non solo! Anche negli ultimi giorni di ottobre è piovuto di nuovo, in modo abbastanza diffuso in tutta la regione. La gente si incontra e condivide contenta il fatto che finalmente è arrivato il “bel tempo”, cioè la pioggia. Così come quando spioviggina qui dicono che è “sereno”. Cose d’altro mondo, direte voi, ma daltronde qui siamo appunto dall’altra parte del mondo.

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Prima...

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...dopo.

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Prima...

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...dopo.

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Prima...

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...dopo.

Viene premiata la tenace fiducia in Dio che questa gente nutre nononstante tutto. Un Dio che non viene meno. Un giorno – prima che piovesse e quindi nel tempo della “seca” (siccità) che stava diventando sempre più feroce – un vecchietto mi diceva tranquillo: “Dio non è cambiato, ed è sempre nello stesso posto!”. Per dire che nonostante tutto la fiducia non era venuta meno. Per fortuna in molti, assieme a questa fede, sta crescendo la consapevolezza della responsabilità umana in questo problema. La vita della gente in tempo di “seca” è impressionante. Non si sa come facciano a vivere. Parlando di questo con una suora originaria di qui anche lei diceva di non sapere come la gente riesca a vivere. Prima di queste piogge la gente nell’interno doveva portare alle bestie il foraggio (spesso solo cactus tagliati e sminuzzati) e l’acqua, coprendo spesso a piedi distanze enormi. E quando le cose diventano impossibili sono costretti a mandare il bestiame “a pensione” in una zona dove ci sia pascolo, verso la costa, e a pagare cara questa pensione, per vedere poi le bestie tornare magrissime e senza latte. Ma ora finalmente per un po’ di tempo ci sarà vita!

Mi colpisce poi quando la gente viene a far benedire statue, rosari e oggetti di culto con l’acqua “benedetta”. Questa abitudine è molto diffusa. Al termine di ogni Messa è normale che qualcuno chieda questo. Cosa sarebbe questa acqua benedetta? Qui come altrove il cattolicesimo è riuscito nell’impresa di far ritenere che l’acqua che cade dal cielo sia “non benedetta”(!?!). E che serva un rito perché essa sia benedetta. Che cosa assurda… cosa c’è qui di più benedetto dell’acqua?

domma

Statuetta dei santi Cosma e Damião

Statuetta dei santi Cosma e Damião

Tutto inizia giovedì 24 settembre. Da qualche giorno sentivo scoppiare tanti petardi in città. A pranzo chiedo spiegazioni a Janete, la signora che fa i lavori in casa. Lei dice che è per i santi Cosma e Damião. Chiedo spiegazioni e lei dice che le donne che hanno avuto due figli, nel giorno di questi due santi (26 settembre) danno “carurù” (una pietanza che sembra una poltiglia con dentro un misto di verdure) a 7 bambini o ragazzi in cerchio. Poi dopo che hanno mangiato loro anche gli altri della famiglia mangiano “carurù”. Poi si mangia anche pollo, che però deve essere rosso (con le penne rosse). Infatti per questo al mercato da alcune settimane – dice Janete – i polli rossi sono molto più cari degli altri. Io ascolto e non so cosa pensare. Di cosa sta parlando? Chiedo spiegazioni sul significato e sull’origine di questa usanza, ma lei non lo sa e aggiunge dettagli. Dice che alcune famiglie fanno una grande festa, uccidono anche un “carneiro” (maschio della pecora… come di dice in italiano?) e ballano la “samba di roda”, una samba speciale molto ritmata e molto popolare. Ogni famiglia che fa questo rituale sceglie una data, che non è detto che sia il 26 settembre. Sua nonna, ad esempio, aveva avuto una visione in sogno che le diceva di festeggiare il 9 di ottobre. Quindi questa tradizione va da settembre a novembre, quasi a libera interpretazione.

Naturalmente mi incuriosisco e le mancate spiegazioni ottengono il risultato di accendere in me la voglia di saperne di più.

Nel pomeriggio vado in una comunità per la Messa ed approfitto per chiedere informazioni a due donne che mi accompagnano, due animatrici di comunità. Esse non aggiungono granché allora chiudo la conversazione dicendo che mi sembrava una cosa interessante (nel senso italiano del termine!). Catarina sbotta “scusa padre, ma non è affatto interessante!”. Da qui apprendo che a quanto pare ci sono persone che partecipano alle comunità che non apprezzano questa cosa. Impressione confermata in seguito. Alla fine della Messa faccio lo gnorri e, con faccia innocente, chiedo alla gente di spiegarmi cos’è questa tradizione e se qualcuno di loro la segue. Tutti negano e dicono che c’è una famiglia lì poco lontano che fa queste cose, ma loro no. Al ché la mia curiosità raggiunge livelli massimi.

Torno a casa e un ragazzo della parrrocchia mi dice che una signora anziana che conosco ci ha invitati sabato sera a casa sua per mangire carurù. Evidentemente accetto subito! Però nel frattempo mi documento. Ma proseguiamo con i fatti.

Arriva sabato sera e andiamo alla festa, io, una suora e 3 seminaristi. Arriviamo in casa e veniamo accolti con grande gioia. Nell’ingresso c’è un altarino apparecchiato per bene con la statua dei santi, candele, fiori e due scodelline con il carurù ai due santi. Come entriamo la padrona di casa mi prende da parte per dirmi che va tutto bene, che il cibo è preparato in modo normale (?!?) e che lei certe cose non le fa. Insomma, si tratta di un “carurù cattolico”, possiamo stare tranquilli! Il problema è stato mangiare il piatto enorme che mi hanno messo in mano, colmo di riso, pollo, carurù e vatapà. Ci avrei bevuto dietro volentieri un bicchiere di birra, ma non sta bene che io beva in pubblico, e mi devo adattare a bere un bicchiere di una bevanda artificiale analcolica al vago sapore di uva. Stiamo lì un po’ in compagnia, facciamo un po’ di conversazione poi salutiamo ed andiamo.

Mandiamo a casa la suora e con sguardo complice chiedo ai seminaristi se c’è in giro un “carurù non cattolico” da conoscere. Risposta affermativa. Partiamo per un bairro popolare, “XX de abril”. Arrivati là seguiamo il suono di una “samba di roda” martellante ed arriviamo davanti all’ingresso di un “terreiro de orixas”. Una casa dove abita un “pai de santo” (medium) e dove si venerano le divinità del “candomblé”.

Si tratta di una festa che ha le sue radici nella religione africana portata qui dagli schiavi. Una religione mitologica molto complessa e che viene vissuta con diverse interpretazioni. A questo punto prima di continuare la lettura vi rimando a questa pagina che spiega bene e in modo comprensibile a noi occidentali cosè questo fenomeno che va sotto il nome di Candomblé. Avete letto? Bene, proseguiamo.

La stanza molto semplice era circa 6 metri per 8. Sulla parete di fondo c’era un crocifisso appeso e alle pareti quadri di santi e divinità del Candomblé. Sempre sul fondo alcune statue di diversi santi (che hanno il loro corrispettivo orixà). Sul fondo, in un angolo, una statua di un metro circa dell’orixà più venerato lì chamato “boiadeiro”. La stanza era piena di gente (tutti neri) che ballava o guardava. Da una parte alcuni suonatori: una chitarra da suoni acutissimi e volume altissimo, e diverse percussioni di tipo artigianale. Al centro 3 o 4 donne vestite di biancho che danzavano e vicino all’ingresso 5 uomini in cerchio tutti sudati che battevano le mani ad una velocità forsennata accompagnando la musica con diversi ritmi perfettamente sincronizzati tra loro. Appoggiato alla parete di fondo il “pai de santo”, un uomo mulatto di nome Pedro vestito di bianco e con un buffo cappello di cuoio in testa che teneva sotto’occhio la situazione. Sono molto gentili ed accoglienti, ci fanno spazio e ci offrono da bere dell’aranciata. In un primo tempo (apprendo in seguito) mi avevano scambiato per un dirigente bianco della fabbrica di scarpe locale, che ha dirigenti del sud del Brasile (gaúchos). Quando, dopo una quarto d’ora circa, ci presentiamo a Pedro, lui si mostra molto contento che siamo lì. Ferma la musica ed intona una samba cantando che il padre della parrocchia era venuto lì a benedirli (?!?), che loro ringraziavano e che erano contenti, che ci invitava a ritornare a nostro piacimento. Tutto cantato in una samba vorticosa. “Sarà meglio andare – penso io – prima che sia troppo tardi”. Immagino già i commenti del giorno dopo “il padre è andato dal pai de santo!”. Poi tra la gente riconosco almeno 2 persone che vedo a Messa e che mi salutano un po’ di sfuggita. Usciamo e torniamo a casa un po’ frastornati, come dopo essere stati in un altro mondo.

Questa religione è praticata in molti luoghi qui in Brasile, specie nella Bahia, la terra più afro dello stato. Ma in modo serio solo nelle città. Qui nell’interno il fenomeno esiste a livello di religiosità popolare, molto profondamente presente nello spirito della gente. Ed è molto diffuso! E molte persone lo vivono in modo misturato alla religione cristiana. Altri non accettano di mescolare le cose. Fino agli anni ‘50 era vietato! Dalla cosmovisione di questa religiosità si capisce anche quanto siano per loro importanti le figure dei santi. Nella visione del Candomblé sono le necessarie mediazioni della divinità, che si manifesta solo negli orixàs, ai quali durante la schiavitù, danno i nomi di santi cristiani. A differenza dei santi gli orixàs hanno anche difetti e lati negativi, di male. Il culto degli orixàs è quindi attraversato anche da paura. E questa dimensione di timore è presente di ritorno anche nel culto dei santi cristiani. Si tratta di una situazione di sincretismo, una rete di influenze reciproche tra le due religioni.

Per tornare a noi. I santi Cosma e Damião hanno il corrispettivo orixà chiamato “Ibeji”. Qui trovate una sommaria spiegazione e qui alcune foto degli originali africani. E questo è solo l’inizio!

domma

Ignacio Lula da Silva, presidente del Brasile, a Copenaghen

Ignacio Lula da Silva, presidente del Brasile, a Copenaghen.

Oggi il Brasile ha vinto la gara di appalto per ottenere di essere la sede dei Giochi Olimpici 2016. La competizione ha visto gareggiare Rio de Janeiro, Boston, Tokyo e Madrid. Il mondo: Europa, USA, estremo oriente e America Latina. Solo l’Africa e l’Oceania erano fuori. Quello che è accaduto oggi è una cosa che mi ha colpito. Il Brasile che si propone ai massimi livelli mondiali come potenza emergente, in grado di organizzare le Olimpiadi, per la prima volta nel sud del mondo. Aggiungiamo a questo il fatto che il Brasile sarà anche sede dei Campionati Mondiali di Calcio 2014. Due eventi di grande rilievo sportivo, ma anche politico. Non è da tutti competere e vincere in questo tempo di crisi. Si tratta di enormi investimenti, di grandi interessi che il Brasile evidentemente è in grado di amministrare.

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Nelle settimane scorse un altro evento mi aveva colpito. Il Brasile sta acquistando la tecnologia per costruire sommergibili atomici. Non si tratta di comprare un semplice sottomarino, ma di diventare una potenza militare in grado di costruire, su licenza, sottomarini atomici. Si tratta di una cosa enorme. Non sono un tecnico, ma credo sia necesaria una quantità di denaro enorme, colossale. La cosa che mi ha compito di più è che il Brasile ha negoziando con le potenze nucleari da un punto di forza. Per cui pare che abbiano scartato la proposta russa perché non ritenuta tecnolocicamente all’altezza; la proposta inglese perché non erano disposti a vendere anche il know-how e per la stessa ragione la proposta statunitense. Pare che i francesi siano stati favoriti perché disponibili a fornire tutto il necessario. I giornali che descrivono la trattativa evidenziano che quelli dalla parte del manico sono i brasiliani. Tutti gli altri hanno implorato di essere scelti come partner commerciale. Una trattativa simile sta avvenendo per l’acquisto di nuovi e modernissimi aerei caccia e caccia bombardieri. Non si può evitare il paragone con l’Italia: qui gli acquisti a livello militare sono fatti alla luce del sole e tutti possono farsi una idea di quello che accade. A quanto pare non avviene altrettanto in Italia.

Non entro nel ben più grave problema della preoccupazione che questo tipo di notizie genera in chi ama la pace. Che bisogno ha il Brasile di armarsi in questo modo? Una delle motivazioni ufficiali è per la lotta al narcotraffico! Se non fosse surreale farebbe anche ridere. Sarebbe come uno che compra un bazooka per sparare alle mosche! Su che strada si sta incamminando?

È di oggi, 5 ottobre, che il Brasile ha prestato 10 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale. Prima era debitore e adesso è passato ad essere creditore. Mica male!

Il Brasile si sta muovendo su diversi fronti come una superpotenza, che – in tempi di crisi mondiale – non teme di imbarcarsi nelle più ardite (e pericolose) sfide a livello internazionale mostrando di avere risorse e muscoli in abbondanza. E non credo stia bluffando.

Persone che dopo la Messa in comunità ritornano a casa a piedi, naturalmente. L'erba verde è un lusso di pochi mesi all'anno.

Persone che dopo la Messa in comunità ritornano a casa a piedi, naturalmente. L'erba verde è un lusso di pochi mesi all'anno.

Ma questo… non è il Brasile che sto vedendo io! La situazione che vedo ogni giorno è quella di una popolazione stremata dalla lotta per la sopravvivenza: siccità devastante, violenza diffusa, povertà, servizi (scuola, salute, sicurezza, trasporti) scadenti o addirittura assenti. Vedo un Brasile che vive grazie alla pensione degli anziani e dove moltissime famiglie sopravvivono grazie alle politiche assistenziali del governo. Attraverso ampie zone del territorio che stanno ricevendo la corrente elettrica in questi mesi e dove la gente è abbandonata a se stessa. La gente descrive amministrazioni pubbliche clientelari e corrotte (che a loro vanno bene perché in questo modo perché almeno così ottengono qualcosa!).

Salvador, capitale dello stato della Bahia

Diversi volti di Salvador, capitale dello stato della Bahia

Non sembra lo stesso paese. Quanti Brasile ci sono?

domma

Oggi, nella comunità di Recanto, credo di aver capito meglio il senso di questo passo di Giacomo (lettura della liturgia di domenica scorsa che oggi abbiamo celebrato nella comunità): “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?” (Gc 2,5)

Vi presento i protagonisti di questo apprendimento. E li ringrazio!

PS. Come ha scritto Marina sono stato effettivamente un po’ troppo sintetico.

Semplicemente in questa piccola comunità ho percepito con chiarezza che quella frase della Scrittura è vera. Dio ha scelto i poveri. Non perché siano migliori dei ricchi. Anzi! A volte proprio la povertà fa sì che le persone tirino fuori il peggio di sé. Ma per la loro oggettiva situazione di povertà. Non si tratta di discutere astrattamente tra ricchiezza e povertà: si tratta di prendere atto che esistono persone in carne ed ossa che stanno vivendo questa beatitudine evangelica “Beati i poveri”. Povertà significa: poche o pochissime risorse per sopravvivere, sfruttamento e ingiustizie, abbandono da parte del sistema politico, processo di impoverimento, analfabetismo diffuso, contesto di vita segnato da una violenza spaventosa… Queste sono cose oggettive. Queste persone che ho incontrato, come in altre comunità, vivono una fede radicale poiché non hanno niente altro a cui aggrapparsi. Non si tratta dell’elogio della povertà. Si tratta di incontrare e conoscere persone che in questo contesto di oggettiva povertà si lasciano guidare dalla fede. Persone che in piccole comunità cercano di tenere duro in una situazione difficilissima fondando la loro vita nella fede e affrontando le situazioni a partire dal Vangelo.

Qualche dettaglio in più. Nella quarta foto c’è un uomo con una maglietta azzurra. Aveva la nuca con due tagli ricuciti. La comunità era stupita della sua presenza perché di solito non frequenta la comunità. Pochi giorni prima in una lite era stato ferito; il suo feritore era andato nel povoado vicivo a cercare un’arma per ucciderlo. Non ha trovato l’arma per cui lui è ancora vivo. È venuto nella comunità, forse per cercare un rifugio, forse per carcare un perdono. Chissà.

In un’altra comunità mi hanno chiesto se si può ricevere la comunione da un ministro laico che per proteggersi va in giro armato. E lo dicevano scandalizzati, perché è Dio che ci difende! Noi non possiamo e non dobbiamo usare la violenza.

I poveri non sono moralmente migliori dei ricchi. Ma questa fede nella protezione da parte di Dio in un contesto davvero molto violento non è spiegabile se non con una fede fiduciale. E i loro ragionamenti noi non li capiamo più forse perché abbiamo più fiducia in altre cose, in altre sicurezze. Questo coraggio e determinazione nel credere dà ragione alla beatitudine di Gesù.

Una bella definizione delle Comunità di Base: “Persone semplici, che fanno cose piccole, in luoghi poco importanti e riescono ad ottenere cambiamenti straordinari”.

domma

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Campo estivo missionario

Il gruppo: (dall'alto a sinistra) domma, Sara, Stefania, agnese, don Luigi, Angela, Enrica, Mirco, Gianni e Rita.

Il gruppo: (dall'alto a sinistra) domma, Sara, Stefania, Agnese, don Luigi, Angela, Enrica, Mirko, Gianni e Rita.

Come ormai da diversi anni ogni estate il Centro Missionario Diocesano di Reggio Emilia, assieme a diverse altre organizzazioni che operano in vari paesi di diversi continenti propone un’esperienza di conoscenza della realtà nella quale sono presenti missionari reggiani.

Sono arrivati a fine luglio in Brasile 8 “campisti” e hanno trascorso un mese qui con noi. Dopo i primi giorni passati a Salvador per visitare alcuni progetti in capitale abbiamo trascorso 3 giorni insieme a Ruy Barbosa. Lì abbiamo presentato loro la realtà della nostra diocesi: la vita delle parrocchie, i progetti che operano nelle situazioni più disagiate, i problemi e le sfide che questa realtà pone.

Poi i campisti sono andati 2 a 2 nelle diverse parrocchie nelle quali operiamo: Utinga, Bonito, Tapiramutà, Ipirà, Andaraì, Wagner…

L’obiettivo era di conoscere la gente e la realtà, toccando con mano le situazioni di vita quotidiane. Naturalmente un mese è un tempo troppo breve per una conoscenza approfondita. Ma è sufficiente per rivedere i luoghi comuni e gli stereotipi che inevitabilmente ci si fa quando dall’Italia si cerca di immaginare queste situazioni. Fondamentalmente si tratta di un esercizio di apertura di visuale grazie al contatto diretto con le persone.

In Italia avevano frequentato un breve corso di portoghese tenuto da Pierdomenico Rossi (a lungo missionario in queste terre); corso non solo di lingua, ma anche introduzione alla realtà e orientamento agli atteggiamenti da assumere una volta giunti qui. Questo ha loro permesso una discreta autonomia nelle relazioni con la gente; l’accoglienza naturale di questo popolo ha fatto il resto.

L’esperienza di Agnese e Sara a Tapiramutà è ben documentata su diverse pagine del blog di pe. Paolo.

In vetta al Pai Inacio (mt. 1150), monte della Chapada Diamantina.

In vetta al Pai Inácio (mt. 1150), monte della Chapada Diamantina.

A metà percorso, verso la metà di agosto, ci siamo di nuovo incontrati per verificare l’andamento del cammino e per uno scambio di esperienze. È emerso un quadro estremamente positivo e a tratti entusiasta dell’esperienza in corso. In quella sosta a metà cammino abbiamo anche approfittato per visitare la splendida Chapada Diamantina accompagnati dalla nostra guida Emanauele che da anni vive ad Andaraì.

Chapada Diamantina: bagno nel Poço Azul.

Chapada Diamantina: bagno nel Poço Azul.

Dopo la sosta rinfrancante sulla Chapada i campisti hanno proseguito l’esperienza nelle diverse realtà. Il 25 agosto ci siamo poi trovati ad Ipirà per la verifica finale. Trasferimento a Salvador per gli ultimi giorni di visita ad alcuni progetti e il 29 sono ripartiti per l’Italia.

Per noi è stata una bella esperienza che – pur con i normali problemi che ogni “avventura” porta con sé – rappresenta una straordinaria occasione per tenere vivi i rapporti con le comunità che ci hanno mandato e favorire un cambiamento di mentalità che può avvenire solo attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio tra culture. Mi sembra tra l’altro che di questo ora in Italia ce ne sia parecchio bisogno, sia nella chiesa che nel paese.

Don Luigi: non ha messo le dita nella presa della corrente... è semplicemente un po' abbronzato...

Don Luigi: non ha messo le dita nella presa della corrente... è semplicemente un po' abbronzato...

Chiederei ai campisti di far sentire qui la loro voce per condividere la loro esperienza con commenti e/o foto. Grazie!

domma

Xtra Telefoni

Uno dei grandi misteri del Brasile di oggi è capire come funzionano i telefoni. Provo a spiegarvi come funziona.

I prefissi. Ogni area ha un prefisso: Ipirà ha lo 075. È come in Italia qualche anno fa quando c’erano i prefissi staccati dal numero; per cui quando chiamavamo all’interno della stessa città non era necessario fare il prefisso, ma era sufficiente comporre solo il numero. I numeri sono di 8 cifre: il nostro è 3254 1087. Quando si telefona all’interno della propria area si compone solo il numero; quando si chiama al di fuori della stessa occorre comporre il prefisso. Fino qui tutto bene.

Il codice di chiamata. Anche il Brasile si sono diversi operatori di telefonia fissa (Oi, Vivo, Telemar, Claro…). Si può sottoscrivere un contratto con una di queste compagnie ed utilizzare i suoi servizi. Ma non è finita lì: sarebbe troppo facile. Ognuna di queste compagnie ha un codice di chiamata (021, 031, 041…). Quando si telefona occorre scegliere con quale compagnia chiamare, anche diversa dalla propria. Io posso avere un contratto con Oi, ma chiamando posso utilizzare la compagnia Claro. Per cui quando telefono devo comporre prima del prefisso e del numero questo codice di chiamata. Per cui se voglio chiamare la parrocchia di Ipirà devo capire se sono fuori o dentro l’area per sapere se devo comporre il prefisso, poi devo scegliere con quale compagnia chiamare. Per cui i numeri possibili sono molti: 031 75 3254 1087, oppure 021 3254 1087… Questo sistema amplifica la libertà di scelta dell’utente e stimola la concorrenza, ma la confusione regna sovrana.

I cellulari. Lo stesso identico sistema si applica ai cellulari. Ogni cellulare ha un prefisso dell’area nella quale è stato acquistato. Non ha un numero univoco in tutto il Brasile. Se lo acquisto ad Ipirà il prefisso del cellulare sarà 075. Quindi se sono nell’area di Ipirà non devo fare il prefisso, se esco devo farlo. Ma poichè non è sempre così chiaro se sono fuori o dentro l’area avvengono una quantità di errori e si ricevono chiamate per sbaglio. Perché? Il mio numero è 9165 4485: in tutto il Brasile, che è molto grande, certamente ci sono altri numeri uguali al mio ma con un altro prefisso. Ma se una persona in viaggio ha un numero uguale al mio salvato nella memoria del cellulare e dimentica di fare il prefisso telefona a me e non alla persona che cerca. Non so se è chiaro. Quindi se io sono a Salvador e voglio chiamare casa devo fare 041 (o 031,, 021…) 75 3254 1087. Se sulla rubrica del telefono ho salvato solo il numero 3254 1087  (perché normalmente in Ipirà devo comporre solo il numero!) e chiamo 3254 1087 probabilmente chiamo qualcuno di Salvador. In pratica non si sa come salvare i numeri sulla rubrica del telefonino e quando si chiama bisogna sempre fare delle operazioni di calcolo su dove ci si trova e dove si trova chi si vuola chiamare!

Roaming nazionale. Altra complicazione: il Brasile è uno stato federale. Per cui se esco dalla mia area (del mio prefisso) all’interno dello stesso stato la tariffa si alza ma non più di tanto. Se esco dallo stato, per es. dalla Bahia mi sposto nel visino Sergipe, vado in roaming per cui pago per le chiamate che ricevo come se in Europa dall’Italia andassi in Francia.

Sms. Un’ulteriore complicazione. Quando ricevo un sms e voglio rispondere devo ricordarmi di quanto sopra perché il numero che mi appare sul cellulare manca del codice di chiamata e probabilmente anche del prefisso. Se rispondo direttamente è probabile che stia mandando un sms alla persona sbagliata.

Chiamate all’estero. La stessa trafila solo che occorre sempre il codice di chiamata. Per cui per chiamare per esempio in Italia devo fare 0031 (o 0021, 0041…) 39 328 759 5657. Ci vuole una guida!

A cobrar. Visto che telefonare, specie dai cellulari, è molto caro è comune chiamare addebitando la chiamata al destinatario. Si risponde e una musichetta presenta una voce che chiede se si vuole accettare la chiamata. Una specie di roulette. Non si sa se è una cosa importante o di emergenza o una sciocchezza. Quasi tutti qui hanno il cellulare ma spesso non hanno credito.

telefoni

Questa è una cosa tipica del Brasile: a prima vista le cose sembrano uguali a quelle nel resto del mondo, ma in realtà sono interpretate alla brasiliana. Non so chi abbia pensato tutto questo sistema… ma è delirante!

domma

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